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Mi chiamo Daniele, e vi voglio raccontare la storia dei miei primi anni alle elementari, che nella mia seppur breve vita, hanno avuto per me molta importanza. Tutto iniziò con il progetto "ponte", che dalle tranquille acque della scuola materna, avrebbe dovuto accompagnarmi verso l'immenso Mare del Sapere della Scuola con la S maiuscola. Tale progetto prevedeva che il pesce Arcobaleno mi avrebbe fatto buona guida nel passaggio, per evitare la paura di una scuola nuova e sconosciuta. Ma il "ponte", anzichè portarmi verso una sponda sicura, si rivelò fin dal primo momento un trampolino debole e insicuro in bilico su acque profonde e minacciose. Sin dal primo giorno, il nostro incerto equilibrio di bambini di sei anni iniziò a vacillare nel momento in cui scoprimmo che anzichè essere suddivisi nelle care vecchie sezioni prima A, B, e C, fummo istantaneamente ribattezzati "Cozze", "Calamari" e "Gamberetti". Le classi erano miste, e da qui la sensazione di essere proprio finiti in padella e sentirsi un po' "fritto misto". Le tre caravelle, pardon, sezioni, erano capitanate da tre agguerrite Capitane coraggiose, decise a sconfiggere i pirati dell'ignoranza e della maleducazione con tutte le armi a loro disposizione. Ma il loro già arduo compito era minacciato da altri gravi problemi: la carica dei Supplenti annuali, che attentavano alla serenità delle giornate di noi poveri alunni quasi quotidianamente. Durante il primo anno c'era il Capitano Nemo, detto Meno, per la sua propensione a fare il Meno possibile e a oziare sul pontile delle caravelle fino al raggiungimento di un'abbronzatura caraibica, o la bionda Suzie, per la quale la matematica, stravolgendo tutte le leggi di questo mondo era e resterà un'opinione. Nonostante tutto, il giro di boa della prima elementare fu completato, e tutti quanti accogliemmo le sospirate vacanze con evidente gioia. Nel secondo anno di navigazione, quando pareva di essere approdati ad una tranquilla baia, ecco giungere un'altra minaccia: il rancio stava finendo. Le scorte andavano razionate, ridotte le ore di mensa, insomma ci trovammo di fronte ad un dilemma: mangiare tutti e poco, o mangiare in pochi e gli altri a casa? I genitori, caldi e presenti come una bonaccia, rimediarono con buon senso e un po' di rassegnazione. Proseguendo nella navigazione, verso la fine dell'anno ricevemmo un'altra doccia fredda: una delle tre Capitane aveva deciso di abbandonare la nave, lasciandoci andare alla deriva, soprattutto in matematica. L'anno scolastico se Dio volle finì, e anche questa volta ci ritrovammo in vacanza, con il ronzìo quotidiano dei compiti per le vacanze, fastidioso come quello delle zanzare tigre nelle sere d'estate. La terza classe ebbe inizio con due piacevoli novità: il timone lasciato libero dalla precedente Capitana, fu ripreso efficacemente da una giovane Ufficiale in Seconda, che non fece rimpiangere troppo colei che l’aveva preceduta. L’altra novità fu l’arrivo di una sorta di genio della lampada, che essendo un musicista vero, ci offrì la ghiotta opportunità di fare educazione musicale, ossia fare come sempre un gran baccano ma muniti di regolare autorizzazione. Ed eccoci arrivati ormai ai nostri giorni, mentre il caldo vento della Riforma Scolastica fa sventolare le ormai sfilacciate bandiere della resistenza delle nostre capitane, la situazione sembra precipitare. Le ultime miglia prima di vedere la Terra Promessa delle vacanze, si rivelano estremamente faticose, l’equipaggio si scompone sempre di più; come preso da un’epidemia di scorbuto, e i supplenti si dileguano uno ad uno. Ma noi alunni dobbiamo restare compatti per portare a termine una delle nostre missioni più importanti: lo spettacolo dei burattini, che ci ha impegnati fin dall’inizio dell’anno, e per il quale confidiamo in un gran finale. Purtroppo anche questa nostra ambizione viene in parte disattesa, a causa di un perfido Mangiafuoco del Borgo che tiene in mano i fili di tutti noi, proprio come burattini nelle sue mani. Ma anche il terzo anno di navigazione è terminato, e mi rimane comunque un bel ricordo di queste tre classi che, viste dagli occhi di un bambino come me, non sono state poi così tanto male, e queste poche righe scritte dalla mia mamma, lo vogliono fissare per sempre nella mia memoria. Dedicato a Paola, Rita, Deanna, Alessandra, Maria Enza, Nazim La luce del sole mattutino che filtrava dalle persiane socchiuse, come una lama mi trafisse gli occhi. Infastidita, mi rotolai pigramente tra le lenzuola allungando le braccia verso l'altra metà del letto. Improvvisamente sentii sotto il gomito qualcosa, o meglio qualcuno, che visto dalla mia posizione appariva sdraiato e dormiva profondamente. Ancora assonnata e con la bocca impastata, a ricordo di una notte che probabilmente non volevo ricordare, percorsi cautamente con lo sguardo tutta la stanza, ma non riconobbi nulla di familiare, nè tantomeno lo sconosciuto al mio fianco. Ormai sveglia, anche se in preda ad un lancinante mal di testa, mi alzai silenziosamente e rapidamente, mi feci una doccia in un bagno che non sapevo di chi fosse, infine altrettanto silenziosamente e rapidamente mi rivestii e mi precipitai fuori dalla stanza. Scesi le scale buie e ripide di quello che una volta doveva essere stato un bel palazzo, ma che ora appariva simile a quello che io pensavo ora di me, squallido e senza storia. Giù in strada l'aria fresca mi riportò alla realtà, cominciai a camminare e mi infilai nel primo bar, per prendere un caffè che speravo mi avrebbe aiutato a svegliarmi da quell'incubo. Ma una volta dentro al locale, seduta ad un tavolino in penombra, il flusso dei miei pensieri mi travolse come un fiume in piena... La notte precedente non era stata diversa da molte altre che l'avevano preceduta; ritrovo al solito pub con le solite amiche, solita discussione per decidere dove andare, solita discoteca asettica e assordante, medesima scena con il bellimbusto di turno, "Ciao, come ti chiami... " e così via, si va a casa mia o a casa tua, tutto pur di uscire da questo schifo di posto. E al mattino sempre la stessa scena: svegliarmi con uno sconosciuto al fianco e avere la sensazione che la vita sia un pugno di mosche che continuano a scapparti dalle mani. Ma d'altra parte come si fa a pensare di divertirsi, di fare le cose che fanno tutti, fare come se niente fosse quando lì, proprio in mezzo al petto da mesi c'è sempre quel grumo, quel macigno che non se ne va? Quando ci sono ancora tutti quei perchè rimasti senza risposta? L'entrata piuttosto rumorosa di un gruppo di giovanotti in doppiopetto grigio, che immaginai provenienti dalla banca di fronte, mi riscosse dai miei pensieri, così mi alzai e andai al bancone a pagare il conto. Passando davanti loro, mi parve di cogliere in uno di essi uno sguardo beffardo e allo stesso tempo irresistibile, simile a quello di Leonardo...Ma ecco che tornavano i pensieri cupi.. Uscii e mi precipitai a prendere un taxi per andare al lavoro, anche se sapevo di essere in ritardo e che la signora Marinelli non mi avrebbe risparmiato una lavata di capo. E infatti mi disse una quantità d'improperi e che lì in redazione avevano bisogno di me, e che non potevo fare sempre i miei comodi, e che al prossimo ritardo mi avrebbe licenziata. Con lo sguardo basso e le labbra strette per impedirmi di risponderle per le rime, accesi il computer e mi misi a lavorare. Per prima cosa scaricai la posta elettronica, e un messaggio in particolare attirò la mia attenzione. Proveniva da un indirizzo che non conoscevo, ma il particolare più inquietante era che il messaggio iniziava così: "Caro Leonardo..". Strana coincidenza, io sto qui a pensare sempre a lui, e mi ritrovo anche un'e-mail di nonsochi, diretta proprio a lui, a ricordarmelo ancora una volta. Ma quel messaggio mi riportò alla mente i mesi di convivenza, il periodo in cui tutto era in comune, dallo spazzolino al computer, dai calzettoni ai sentimenti, dal cuscino alle emozioni. E poi le lunghe notti insieme, prima l'amore poi a parlare, a coccolarsi, a godere della reciproca vicinanza. Mesi di complicità assoluta, di totale coinvolgimento, e poi più nulla. Un mattino lui se n'era andato, lasciandomi un laconico messaggio "Dimenticami" e poi più nulla. E poi più nulla. Io ero piombata nella più nera disperazione, prima lacrime di dolore, poi di rabbia, poi giorni di interrogativi senza fine. Domande che mi martellavano nel cervello e che mai trovavano risposta. Perchè era sparito? Perché non una spiegazione, un chiarimento, almeno una litigata che facesse presagire qualche cosa? Ma ecco, forse quel messaggio di posta elettronica poteva aiutarmi a intuire qualcosa... Ero curiosa ma allo stesso tempo intimorita di quello che avrei potuto scoprire. C'era un altra? O forse c'era sempre stata? In fondo non lo conoscevo poi così bene... Ma il nostro rapporto non aveva mai avuto bisogno di troppe parole... E poi le donne che fanno troppe domande non mi erano mai piaciute, ed io non volevo essere una di loro... E a lui stava bene così e me lo diceva sempre. Mi riscossi dai miei pensieri e cautamente feci scorrere lo sguardo sulle prime righe della e-mail: "Caro Leonardo, scusa se ti scrivo a questo indirizzo, ma l'altro l'ho perso. Spero che tu mi legga al più presto!! Ho bisogno di vederti, al telefonino non rispondi, i miei messaggi non so se li leggi... Ti prego fatti vivo, sai bene che aspetto un tuo cenno per correre da te... Penso che tu abbia avuto abbastanza tempo per decidere, ma se così non fosse, ti prego, non volermene. Io non resisto più.. Quest'attesa mi logora, ho i nervi a pezzi...Fammi sapere qualcosa.. A presto, Micky." Allibita e sconvolta lessi e rilessi quelle poche righe. Chi era questa Micky? Micky... Micky... Allora era una con un nome da topo che me lo aveva portato via... Almeno adesso sapevo... Beh, a dir la verità non sapevo poi molto. Un nome, soltanto un nome. Cominciai a pensare se per caso fra gli amici in comune non ci fosse una qualche "Michela" che si faceva chiamare Micky, esaminai mentalmente tutte le persone che avevamo frequentato le poche volte che eravamo usciti insieme ad altri amici, o ad altre coppie. Poi cominciai a pensare che se avessi chiesto qualcosa a qualcuno che lo conosceva da più tempo di me, forse avrei capito... Ma a cosa sarebbe servito capire? A farmi soffire di meno? Certamente no. A farmene una ragione con un volto davanti agli occhi? No, scacciai questi pensieri e mi feci forza. Basta, era inutile continuare a insistere... Riprovai a mettermi a lavorare e per un po' mi concentrai su quello che stavo facendo, ma ad un certo punto i miei pensieri si fissarono su un nome che a chiare lettere pareva brillare nella mia mente: "Michele"! Ma certo! Michele, il suo migliore amico, avrei potuto chiedere a lui notizie di Leonardo e mettermi il cuore in pace. Se aveva un'altra, avrei fatto qualcosa, un viaggio forse, una vacanza, e avrei cominciato a risalire la china. Presi la guida telefonica e cercai il numero di Michele. Niente. Provai a cercare sulla mia rubrica personale, nel caso che Leonardo lo avesse scritto, o ci fosse il numero di cellulare. Niente. Infine, nella mia ricerca spasmodica mi venne in mente di mandargli un'e-mail, sicuramente Leonardo aveva inserito l'indirizzo del suo migliore amico anche sul mio computer portatile, durante il famoso periodo di convivenza. E infatti, eccolo! Alla voce "Michele" c'era un indirizzo. Mi affrettai a comporre il messaggio, e poi digitai l'invio all'indirizzo di Michele. Quello che vidi mi raggelò: l'indirizzo era lo stesso della fantomatica "Micky" dalla quale avevo ricevuto il messaggio quella stessa mattina! No, non era possibile... La mia mente si rifiutava di funzionare... No, non è possibile... Poi la verità mi si delineò in tutta la sua crudezza: Michele e Micky erano la stessa persona! E da quello che potevo intuire, il messaggio per Leonardo era scritto da una persona che poteva aspettare solo un certo tipo di risposta, la risposta di un uomo che ami e che ti sfugge. Sì, Leonardo era gay ed io non potevo più negarlo. Dapprima restai un momento paralizzata dalla notizia, poi volsi lo sguardo fuori dalla finestra: la mattinata grigia stava lentamente lasciando il posto ad una soleggiata giornata, il peggio era passato, ora sapevo e mi bastava. Guardai la mia immagine riflessa nel vetro della porta, in fondo ero giovane, e fuori da quella porta c'era un intero mondo che non conoscevo... Avrei provato ad uscire a testa alta e ricominciare, provata da un'esperienza che non avrei voluto vivere, ma un poco più forte di prima, un poco più matura. Non avrei permesso a nessuno di impedirmi di vivere, e di cominciare nuovi giorni senza speranza. L’auto del medico si allontanò lungo la strada sterrata, nella luce incerta del crepuscolo di fine inverno. Stetti lì per un po’ ad osservare le nuvole di polvere biancastra sollevate dalle ruote, che piano piano ricadevano sul terreno, poi me ne tornai sotto al porticato di legno. Abitavo in quella casa ormai da tanto tempo, insieme al mio adorato Nedo, da quando ci eravamo incontrati un’estate di tanti anni fa... Mi ricordo che quel giorno il sole era alto e caldo, bruciante come solo in alta montagna può essere, e stavo vagabondando da giorni. Avevo molta sete, e anche la fame e la stanchezza mi avevano reso debole, così mi coricai all’ombra di un grosso cespuglio di mirtilli. Presto caddi in un sonno tormentato dagli incubi, con in me il ricordo vivido dell’abbandono di mia madre, che sovente ricorreva nei miei sogni. Evidentemente nel sonno mi lamentavo, perché attirai l’attenzione di un passante, che mi accarezzò piano la testa e mi porse dell’acqua. Mi svegliai di colpo, e ringraziai mentalmente Dio di aver fatto passare di lì una persona tanto gentile. Quella persona era Nedo, che intuì la mia spossatezza, e pensò bene di portarmi con sé nella sua piccola casa sulla cima della montagna, dove mi rifocillai e mi rinfrescai. Da quel giorno fummo inseparabili: Nedo decise di tenermi con sé e mi diede anche un nome, Mirtillo, in ricordo del luogo del nostro primo incontro. Nedo ed io avevamo in comune tante cose: entrambi soli al mondo, entrambi amanti della montagna e vissuti sempre sulle vette, due anime semplici che bastavano a se stesse e godevano della reciproca compagnia. Nedo aveva un carattere schivo, tipico degli uomini nati e vissuti in montagna, era buono, anche se un po’ burbero, ed era conosciuto da tutto il paese, soprattutto dopo la storia con quella bellissima turista... Era la stagione delle settimane bianche, fra Natale e Capodanno del 1970. Nedo nel periodo invernale, quando frotte di turisti arrivavano per le consuete vacanze natalizie, scendeva più spesso del solito in paese, chiamato dal gestore dello spaccio o da qualche albergatore, per riparazioni o altre commissioni. Si incontrarono, o meglio, si scontrarono sulla neve , in una radiosa giornata di sole. Mentre lei, sciatrice maldestra, non riusciva a fermarsi alla fine della pista, passò Nedo che, con le sue possenti braccia, la afferrò e le evitò una brutta caduta. Marina, questo era il suo nome, inizialmente era un po’ scontrosa, preoccupata più della brutta figura che della caduta, poi il suo sguardo cadde sull’allora giovane e aitante Nedo, nei suoi sinceri occhi azzurri, e improvvisamente si addolcì. Anche a Nedo accadde qualcosa di speciale, perché lui solitamente schivo e poco loquace, si ritrovò invece a desiderare di approfondire la conoscenza di quella bella ragazza bionda, le offrì una cioccolata calda, e così cominciò la loro storia. Per due settimane, lei e Nedo furono inseparabili, e vissero intensamente ogni momento, fecero lunghe passeggiate, cenette romantiche a casa di Nedo e notti di passione davanti al camino. Poi il brusco risveglio: Marina dovette tornare giù al suo paese, al mare, lontano dalla neve, dai monti e soprattutto da Nedo. Il distacco fu straziante e dolce allo stesso tempo. Entrambi sapevano di dover tornare alla vita di sempre, ma con qualcosa in più, un ricordo bellissimo e dolce. Entrambi giovani ma abbastanza maturi da sapere di non poter fare promesse, in fondo erano passati pochi giorni da quando si erano conosciuti. Pochi, ma fantastici, meravigliosi indelebili ricordi di una vacanza sulla neve che non sarebbe tornata mai più. Da allora si telefonarono poche volte e si scambiarono solo qualche cartolina, e così, un giorno dopo l’altro arrivarono le vacanze di Pasqua. Quel mattino Nedo stava lavorando in giardino, approfittando della giornata di sole primaverile, quando sentì dei passi sul sentiero ghiaiato. Si girò lentamente, chiedendosi chi mai poteva essere, visto che a quell’ora probabilmente tutto il paese era a Messa. Quando riconobbe Marina fu talmente sorpreso che non seppe cosa dire né fare per un lungo minuto, fin quando lei arrivò sul cancello e gli buttò le braccia al collo, ridendo e piangendo insieme. Nedo per un istante pensò che se lei era lì era per restare, che aveva fatto una scelta, e aveva scelto lui e le sue montagne. Ma la realtà era ben diversa: Marina aspettava un figlio. Fra le lacrime, gli disse che lei quel bambino lo voleva tenere, ma che non avrebbe mai potuto andare a vivere in montagna con Nedo, anche se la loro storia era molto importante. La sua vita era giù, nel paese di mare dove era nata, e dove viveva da sempre con il suo piccolo stabilimento balneare. Ma allo stesso tempo aveva la sensibilità di non chiedere a Nedo di fare a sua volta una scelta: quel figlio c’era, lo avrebbe cresciuto lei, anche se con il padre così lontano non sarebbe stato per niente facile. Nedo non ebbe il tempo di riprendersi: lei aveva già deciso, senza chiedergli niente, senza porlo davanti a delle difficoltà che lui non avrebbe mai saputo affrontare. E forse proprio per questo lui non fece assolutamente nulla, non prese nessuna decisione, trovandosi completamente spiazzato. Si accordarono sui dettagli con estrema serenità, e si salutarono qualche giorno più tardi, in un’atmosfera irreale, come a voler ignorare l’intreccio dei loro destini. Poi nacque Mattia, un bellissimo bambino, sano e forte, con la tempra del montanaro ma con il sole sulle guance e nei capelli. Marina, almeno per i primi tempi, gli inviava lettere e fotografie poi Nedo andò giù al paese, al battesimo. Al mare si sentiva spaesato, fra la gente che lo guardava incuriosita, in una terra così diversa dalla sua, e soprattutto in un ruolo, quello di padre, che non sentiva suo, non riuscendo ad accettarlo fino in fondo. Inoltre, con la lontananza l’amore per Marina era andato consumandosi, ed in lui era rimasto solo il dolce ricordo di una vacanza invernale. Nedo mi raccontava tutte queste cose la sera, quando sedevamo vicini davanti al camino d’inverno, oppure sotto il porticato al tramonto, d’estate. Mi raccontò anche che qualche volta Marina lo andava a trovare con il bambino, che lo chiamava papà solo se la mamma glielo ricordava, ma che lo ascoltava molto volentieri, quando gli raccontava le favole o le storie di montagna. Un giorno, Mattia e Nedo assistettero insieme alla morte di un uccellino che era caduto dal nido. Mattia era disperato, non aveva mai visto la morte da vicino, e non sapeva come affrontare quella triste sensazione. Allora Nedo gli spiegò con infinita pazienza che ogni volta che un essere vivente muore, su in cielo spunta una nuova stella, e che non dobbiamo essere tristi, perché tutti coloro che non ci sono più, sono le stelle che ogni sera vediamo in cielo. Mattia, con gli occhietti umidi di lacrime allora guardo’ su, nel cielo stellato e finalmente si calmo’. Poi il bambino diventò un ragazzo, e anche se voleva bene al padre, divenne presto un giovane insofferente a quelle gite obbligatorie, e le visite si diradarono ulteriormente. Marina, non senza qualche reticenza, gli scrisse poi che aveva conosciuto un uomo, giù al mare, e che aveva iniziato una relazione con lui, anche per via del ragazzo, che aveva bisogno di una guida. Nedo anche in quell’occasione non ebbe nulla da ridire; le argomentazioni di Marina erano quelle di una madre sensibile, concreta e consapevole. Ma ormai, oltre venti anni erano passati, Nedo aveva poche notizie di quella che soltanto dentro di sé osava chiamare famiglia. E fu allora che cominciarono i rimpianti. Nedo pensò che se forse avesse insistito... Se solo le avesse chiesto di restare... Se solo avesse lottato almeno un po’ per cercare di essere felice... Ecco, Nedo piano piano, giorno dopo giorno, si accorse di quello che aveva perduto. Chissà, forse la storia con Marina sarebbe comunque finita, ma il rapporto con suo figlio no, quello avrebbe dovuto costruirlo e coltivarlo. Invece aveva avuto paura, lui che aveva le spalle grosse sotto la camicia a scacchi, aveva però uno spirito debole,e dovette riconoscerlo, anche vigliacco. Marina non ne aveva nessuna colpa. Lei forse aveva già capito, e aveva cercato di salvare il salvabile, dando tutta se stessa per crescere Mattia, dando per scontato che Nedo avrebbe reagito così. Nedo si rinchiuse, stagione dopo stagione, sempre più in se stesso, e i suoi pensieri erano grandi e pesanti come i macigni che vedeva intorno a sé sulle montagne. Piano piano anche fisicamente questa sua pena si rese evidente, il suo volto pallido si segnò di rughe profonde, la sua schiena si incurvò, e ogni tanto doveva chiamare il dottore del paese per curare qualche nuovo malanno. Io cercavo di aiutarlo come meglio potevo, alleviandogli qualche lavoro pesante, ma soprattutto facendogli compagnia, in casa o durante le brevi passeggiate, solo quando c’era il sole a riscaldarci le membra. Le notizie di Marina e di Mattia scarseggiavano, e il volto di Nedo si accendeva di una nuova luce ogni volta che il postino arrivava fin quassù a portare una lettera proveniente dal mare. Allora Nedo con mani tremanti la apriva, per prima cosa guardava le fotografie, scrutando il volto di quel figlio ormai uomo, per imprimersi nella mente quelle espressioni a volte sorridenti, a volte un po’ corrucciate, che aveva visto così poche volte di persona. E poi leggeva la lettera, di solito erano due fogli, uno di Marina e l’altro di Mattia. Quest’ultimo di solito scriveva frasi un po’ impersonali, di circostanza, e Nedo pensava che forse era Marina a dettargliele, un saluto frettoloso, pochi cenni alla sua vita, alla scuola, agli amici. Ma quella volta, circa due anni prima, la lettera di Mattia era più lunga, e il suo contenuto era importante: Mattia annunciava che si sposava, e che la sua futura moglie aspettava un bambino. Nedo lesse e rilesse quel foglio, pieno di stupore e di gioia, e rispose immediatamente: disse a Mattia che avrebbe tanto desiderato vedere il suo nipotino, e che lo invitava appena possibile a trovarlo in montagna. E Mattia infatti, l’estate seguente gli portò il piccolo Luca, che già iniziava a sgambettare nel suo passeggino. Ricorderò per sempre gli occhi di Nedo mentre osservavano i piccoli grandi progressi del bambino: esprimevano gioia sincera, orgoglio e soddisfazione. Per me che lo conoscevo bene, capivo che Nedo, attraverso l’amore per il nipotino, intendeva in parte riscattare il lungo periodo di latenza del suo essere padre, ricominciando da zero. Dopo quell’estate Nedo non faceva che parlare di Luca, si illuminava guardando le fotografie e scriveva spesso a Mattia per chiedere notizie. L’inverno ormai stava per finire, e Nedo aspettava le vacanze di Pasqua, e con esse Luca e Mattia. Fino a quella sera, quando il medico passo’ per l’ennesima volta a visitarlo. Io aspettai ancora un po’ sotto il portico, poi quando ormai era buio, sentendo che Nedo non si era alzato da letto per preparare la cena, entrai in casa. Mi avvicinai al letto e stetti un attimo a guardare il volto stanco di Nedo, lui allungò una mano, mi accarezzò, e io guardai su, fuori dalla finestra, e vidi una nuova stella riflessa nei miei dolci occhi di Siberian Husky. Maria sollevò lo sguardo dal ricamo che stava terminando e lo posò al di fuori della finestra, laggiù verso la piazza del paese che a quell’ora del crepuscolo assumeva un’atmosfera strana, come di una fine imminente, anche se ciò che stava finendo era soltanto una breve giornata di inverno inoltrato. Un’energica tirata d’orecchie la riportò al lavoro: -Maria, non vorrai che dica al babbo che anche oggi sei stata a chiacchierare, eh? Benedetta ragazza, ma che arriverai mai a capire che il lavoro si fa con l’ago e il filo, e non con le parole? - La signora Marcella, la merciaia, era una donna molto energica e risoluta, molto brava a cucire e a ricamare, e ora che la guerra era finita, riempiva il vuoto delle sue giornate ad insegnare a Maria e ad altre ragazze i segreti di ago e filo. Prima la signora Marcella non aveva tempo, chè aveva il suo bel negozio, pieno di stoffe e lane e cotoni, che attirava le massaie al ritorno dalla spesa con begli scampoli comprati a Firenze, un vero punto di ritrovo per le chiacchiere di tutto il paese. La merceria non era grande, ma piena zeppa di merce, qualsiasi cosa si cercasse, lì si trovava, anche se non proprio a buon mercato. La guerra per la signora Marcella era stata tragica; il suo figliolo Ernesto, un ragazzone con un bel sorriso aperto era ancora disperso, mentre suo marito Lelio gliel’avevano ammazzato i tedeschi proprio lì in paese, una sera che c’erano stati tafferugli, e lui c’era finito nel mezzo per caso, ma senza uscirne vivo. Da allora, nulla era stato più come prima, anche in merceria non si facevano grandi affari, ma Marcella aveva dovuto resistere, e ora aveva messo disposizione il retrobottega e la sua esperienza di sarta per le ragazze che poverine non avevano avuto il tempo di iniziare o continuare a cucirsi la propria dote. Fra di loro, Maria era brava ma con la testa fra le nuvole, Fiorenza era dolce e ingenua, Mirella era vivace ma un po’ pasticciona, Alda era timida e riservata, Lisinda seria e compunta, forse un po’ troppo per la sua età, Licia era di un’allegria contagiosa, e Francesca aveva un carattere mite che si accordava bene con tutte loro. Le sei amiche erano un affiatato e inseparabile gruppetto, e forse perchè ciascuna di loro aveva vissuto la brutta esperienza della guerra, quando si erano ritrovate la loro amicizia si era fortemente rinsaldata. La guerra era iniziata proprio quando esse erano adolescenti, e mentre per tutte le ragazze cominciavano i batticuori, e le prime piccole libertà, per loro il tempo si era congelato, la loro vita bloccata dietro lo spettro della guerra. Ma ora era finita, e tutte bramavano di recuperare il tempo perduto a piangere per qualche familiare, o a lottare per la loro stessa sopravvivenza per lunghi anni. Ogni pomeriggio si recavano nel retrobottega della signora Marcella, ciascuna a capo chino sul proprio lavoro, chi preparava una tovaglia, chi le lenzuola con l’orlo a giorno, chi gli asciugamani con le iniziali del nome, e ogni gugliata di filo dava inizio ad un discorso e ogni ago infilato era un sospiro. Alcune di loro erano già bravine, altre pasticciavano un pò e probabilmente non sarebbero mai diventate sarte, ma tutte quante sognavano il giorno in cui avrebbero portato la loro dote al futuro marito, e i loro sogni si esprimevano nelle chiacchiere quotidiane. Ogni tanto la signora Marcella aveva da fare in bottega, allora chiamava la signora Lea, la lavandaia che di pomeriggio aveva poco da fare, a sorvegliare le ragazze, ma lei stava dalla loro parte e diceva: - Ragazze, volete che vi legga Grand Hotel, o vi racconto la puntata del romanzo che ieri sera ho sentito alla radio?- Mirella rispondeva:- Oh, Lea, ma se ci venissi sempre tu qui a tenerci compagnia, invece di quella brontolona della signora Marcella! Lei sta sempre a dire di lavorare, e ci racconta solo le sue disgrazie. Povera donna, a me dispiace tanto per lei, ma io sono giovane e ho voglia di vivere, di sentire le storie d’amore, e dimenticarmi della guerra...- - Sta’ zitta - la interrompeva Licia - Dobbiamo pur diventare brave se una di noi vuol partecipare al concorso! - - Sì, quale concorso, vuoi diventare Miss Italia? Ma ti sei guardata allo specchio?- la schernì Maria, il cui lavoro appena iniziato le giaceva già in grembo. - Ma no, rintronata, sto parlando del concorso di cucito, con in palio una macchina da cucire bella nuova e fiammante! - rincarò Licia - Io già mi vedo con la mia bottega di sarta, qui in paese, e tutti verranno da me e io cucirò abiti da uomo, e anche abiti da sposa, e i vestitini da bambina, con pizzi e nastri...- - E se continui a chiacchierare, credi che ci arriverai al concorso con qualche lavoro pronto? Su, lasciatemi leggere Grand Hotel, così mentre ascoltate potete continuare a lavorare- La signora Lea iniziò così a leggere il fotoromanzo più amato dalle ragazze e mentre leggeva, il pensiero di Francesca volò lontano... Volò all’anno 1940, quando il suo amico Ernesto la salutava con il fazzoletto, e le diceva di aspettarlo, che sarebbe tornato da eroe, e poi con quel fazzoletto si era asciugato una lacrima di sfuggita, che lei aveva visto, ma non gliel’aveva mai detto. Non l’aveva nemmeno scritto, nelle poche lettere che era riuscita a fargli avere. Erano passati già tanti anni, e lei ancora lo pensava, un po’ come si pensa ad un amico e un po’ come si pensa a un fidanzato, anche se quando la guerra li aveva separati il loro era un rapporto non definito, a metà strada fra amicizia e amore, che forse sarebbe sbocciato se solo ne avesse avuto il tempo. Anche Alda e Lisinda pensavano ai loro giovanotti: loro erano state più fortunate, Felice e Sergio erano tornati da poco dal fronte, e stavano progettando i rispettivi matrimoni. Licia e Mirella erano ancora in attesa di trovare l’anima gemella, e i loro sospiri per le storie lette dalla signora Lea erano pieni di rosee attese per il futuro. Fiorenza si era fidanzata durante la guerra con un ragazzo di Firenze che si era rifugiato tra le colline dell’Impruneta, considerata più sicura della città, ma il ragazzo era stato ferito da una granata, e ora era in convalescenza presso certi parenti, e non lo poteva vedere spesso come avrebbe voluto. I pensieri delle giovani sartine vennero interrotti dall’arrivo della signora Marcella, che col suo vocione imperioso chiese di vedere quello che avevano fatto durante la sua assenza. Valutò attentamente ogni punto, ogni ricamo e ogni rifinitura e alla fine, inaspettatamente, disse: - Ragazze, ho sentito che la prossima settimana a Firenze si terrà un concorso di cucito e ricamo. In palio c’è una bellissima macchina da cucire, e io ritengo che almeno una o due di voi possano partecipare. Ho visto che i lavori che state facendo oggi sono molto belli e accurati, e se vorrete ne sceglieremo un paio da mostrare al concorso e chissà... se qualcuna di voi sarà felice, lo sarò un po’ anch’io con lei. E magari se un giorno tornasse il mio figliolo Ernesto vi chiederò di prestarmi la macchina da cucire per fargli una bella giacchetta...- e con queste parole la voce le si incrinò e di colpo parve un poco più vecchia, e le sue spalle si erano come abbassate, perchè alla speranza che non l’aveva mai abbandonata si sovrappose il ricordo del dolore per la perdita del marito. Mirella cercò di scherzare: - Ah, io non vinco di certo, con queste mani che mi ritrovo, non sono capace a far nulla, e i miei lavori sono i più modesti che escono di qua...- Alda e Lisinda si guardarono e convennero con lo sguardo che anche per loro valeva la stessa cosa... Licia invece iniziò a fantasticare: - Brava signora Marcella, a me piacerebbe davvero una bella macchina, tutta mia, così non mi pungerei le dita tutti i giorni come faccio ora!- Maria intervenne: - E io non dovrei stare tutto il pomeriggio qua dentro per poi fare tutto il lavoro di corsa. Con la macchina mi occorrerebbe solo mezz’ora al giorno e per il resto me ne andrei a spasso!- Nell’ilarità generale Fiorenza e Francesca non dissero nulla, immerse ancora nei loro pensieri intrisi di tristezza e di speranza. Il giorno del concorso si avvicinava, e la signora Marcella decise insieme alle ragazze di far partecipare Francesca e Licia, e dovendo andare a Firenze per certi affari, andò anche ad iscrivere le due ragazze. Ora i pomeriggi nel retrobottega erano più che mai fitti di chiacchiere fra le ragazze, che non smettevano di fantasticare ora sulla macchina, ora sulla vincitrice, ora di come sarebbe stato il concorso. Tutta l’energia dei loro vent’anni tenuta sotto la cenere per gli anni tristi e bui della guerra ora esplodeva tutta insieme, foss’anche solo per un concorso di cucito e ricamo. E finalmente arrivò il sospirato giorno del concorso: la signora Marcella affittò una macchina per accompagnare le due ragazze, che non stavano più nella pelle per l’eccitazione. Con i loro lavori, uno per la sezione Cucito eseguito da Licia, e uno per la sezione Ricamo preparato da Francesca, arrivarono un po’ intimidite in mezzo al gran numero di partecipanti che affollavano la piazza in cui si teneva la manifestazione. Oltre a numerose ragazze, ciascuna con il proprio lavoro ben stretto al petto, c’era un nutrito numero di persone venute a curiosare e a fare festa. In quel periodo la voglia di vivere era nell’aria, tutti avevano voglia di normalità, di serenità e queste manifestazioni attiravano moltissime persone. Francesca e Licia furono chiamate a esporre i propri lavori, e nell’attesa che la giuria li esaminasse le due ragazze sedettero fra i partecipanti ad aspettare. La signora Marcella sedeva fra il pubblico e ogni tanto le salutava facendo loro cenno con la mano. Anche le ragazze la salutavano, ma ben presto la loro attenzione fu catturata da un gruppetto di persone che stava in piedi presso la fine della piazza. C’erano alcuni giovanotti, anch’essi incuriositi da quella manifestazione, che procedevano verso il palco sorridendo e indicando con lo sguardo le partecipanti, che erano quasi tutte giovani come Francesca e Licia. Francesca notò che uno di loro e ne stava un po’ in disparte, come intimidito dalla folla, ma da quella distanza non riusciva bene a cogliere l’espressione del viso. - Licia, guarda quel gruppo di giovanotti, laggiù verso il fondo della piazza...Vedi, quello un po’ in disparte...- Ma mentre Licia annuiva e cercava di mettere a fuoco il ragazzo... - Signore e signori, - La voce del presentatore attirò tutti gli sguardi verso il palco. Licia e Francesca si strinsero le mani a vicenda. - Ha inizio la premiazione per il miglior lavoro di cucito! - . - Il vincitore, o meglio la vincitrice del primo premio per il miglior lavoro di cucito è ... Licia Falciani!! - Licia balzò in piedi, eccitatissima e corse sul palco a ritirare la targa e a posare di fianco ad una bellissima macchina da cucire, che presto avrebbe troneggiato a casa sua! La folla applaudiva alla vincitrice, mentre Francesca allungava il collo per non perdersi la felicità della sua amica. Era proprio contenta per lei, e pensava che Licia si fosse meritata pienamente il premio, e la gioia le esplodeva in petto. Cominciò a cercare la signora Marcella in mezzo alla folla, per complimentarsi anche con lei, ma tra tutta quella gente l’impresa era veramente ardua. Allungò il collo a destra e sinistra, salì su una seggiola per vedere meglio, si appoggiò alla base di una colonna, ma niente, la signora Marcella non si trovava. Cercò di nuovo Licia sul palco, ma il suo sguardo fu annientato dal flash di un fotografo inesperto, poi dovette scendere dal suo rialzo e si trovò in mezzo a tanta gente che si accalcava per gli ultimi applausi. A un tratto Francesca si sentì prendere per le spalle da dietro, come in una morsa, cercò di liberarsi con uno strattone, ma due possenti braccia la stavano alzando da terra. Quando fu in alto, sopra le teste degli altri, riuscì finalmente a girare la testa e a vedere chi la stava sollevando. La sorpresa fu tale e tanta che Francesca dimenticò di trovarsi in mezzo a centinaia di persone, dimenticò il concorso, dimenticò forse persino il suo nome per un istante. Un istante di immensa felicità, nel momento in cui realizzò di essere fra le braccia di Ernesto. Ernesto che era lì, era tornato. Tutto il resto non aveva più importanza. Rimasero a fissarsi per un po’, poi iniziarono a parlare nello stesso momento, e scoppiarono a ridere insieme. Una voce lontana annunciò la vincitrice della sezione Ricamo, ma Ernesto e Francesca non la sentirono nemmeno, ebbri della presenza l’uno dell’altra. Si presero per mano e andarono a cercare la signora Marcella e Licia, quando si incontrarono non la finivano più di abbracciarsi tutti insieme. Il rientro all’Impruneta fu trionfale, per Licia con la sua macchina da cucire, ma soprattutto per la signora Marcella che non smetteva di piangere di felicità, e per i due ragazzi che ora guardavano al loro futuro come a qualcosa di meraviglioso da percorrere insieme. Alida spostò il pesante borsone da una spalla all’altra cercando di riprendere un po’ di fiato e di correre più veloce. Incespicò nello scalino del marciapiede e quasi finì addosso al clochard seduto lì vicino. Sentì la camicetta bagnata di sudore che le si incollava sulla pelle, aveva la gola secca, e continuava a guardare il grosso orologio sulla parete della stazione. Odiava quel suo modo di arrivare sempre trafelata al treno per l’università, ma lei era fatta così, cercava di organizzarsi ma poi un imprevisto la rallentava sempre. Ma oggi no, oggi tutto doveva essere diverso: oggi Alida doveva discutere la tesi di laurea, ultimo gradino della sua arrampicata, prima di spiccare il volo per il sospirato mondo del lavoro. Arrivò ai binari, salì sul treno, si sistemò sul sedile, e una frazione di secondo dopo sentì il consueto rumore delle porte scorrevoli che si chiudevano. Finalmente potè rilassarsi un poco, cullata dal dondolìo del treno che partiva. Il passeggero al fianco di Alida notò che la ragazza era veramente molto bella, i lunghi capelli biondi le incorniciavano il volto, gli occhi verdi ora socchiusi e le guance arrossate le conferivano un’aria innocente, quasi da bambina. Il giovane controllò l’orologio che portava al polso, si sistemò meglio sul sedile con fare nervoso, diede un’occhiata ad un borsone che stava sulla rete portaoggetti sopra alla sua testa, e infine parve calmarsi gettando lo sguardo fuori dal finestrino. Il suo aspetto era uguale a mille altri viaggiatori, occhiali scuri sul volto abbronzato, capelli neri che spuntavano da sotto un cappello da baseball, e maglietta e calzoni che parevano aver visto tempi migliori. Di fronte a lui sedeva un uomo dall’aspetto serio e distinto, dalla presumibile età di cinquant’anni, ben portati, rinchiuso in un abito grigio di buon taglio. L’aspetto curato dava comunque l’impressione che l’uomo fosse abituato ad uno stile rigoroso, poco incline all’allegria e alla creatività. Lo sguardo era assorto, l’espressione seria, tutto il corpo sembrava un po’ teso. All’improvviso lo squillo del telefonino interruppe la staticità del suo comportamento: l’uomo raddrizzò la schiena, trafficò alla ricerca dell’apparecchio, se lo portò all’orecchio e la sua espressione mutò di colpo in un sorriso a metà fra il felice e il malizioso. Il giovane col cappello da baseball non potè fare a meno di ascoltare la breve conversazione, e capì che l’uomo doveva incontrare quella che dalla voce pareva una giovane donna. Anche al giovane sfuggì quindi un mezzo sorriso: l’uomo in grigio aveva forse un’amante? Poi pensò che non erano affari suoi, beato lui se a quell’età poteva ancora godere di un piacevole diversivo. Alida, che si era appisolata, fu svegliata dal trillo del cellulare del vicino. Osservò per un attimo i suoi compagni di viaggio, e la colpì il ragazzo col cappello da baseball. Aveva un’aria strana, e poi quello sguardo indecifrabile sotto gli occhiali scuri…Ma subito l’ansia per la tesi la travolse di nuovo, ansia ma allo stesso tempo felicità, era felice ed orgogliosa di se stessa. Oggi era proprio un grande giorno, continuava a ripetersi. Il treno rallentò per fermarsi in una piccola stazione secondaria e dal finestrino i passeggeri videro le aiuole ben curate, qualche panchina di ferro battuto, e pochi viaggiatori che salivano sul treno. Poco dopo nel sedile a fianco dell’uomo in grigio sedette una signora di mezz’età, dall’aspetto curato, con i capelli grigi freschi di parrucchiere, che recava un gran borsone di carta con sopra stampata una marca di negozi per neonati. La signora era evidentemente agitata, salutò cordialmente i compagni di viaggio con l’intenzione di poter cominciare una conversazione, ma ricevette solo tre laconici “buongiorno”. Incurante dell’indifferenza dei tre, la signora cominciò a parlare rivolgendosi con lo sguardo verso Alida, raccontando per filo e per segno il motivo del suo viaggio, e cioè che andava a trovare la figlia che aveva appena dato alla luce due gemelli, ma sa è così lontano, è proprio un peccato che poi non ci si possa vedere, cresceranno lontani da me, eccetera, eccetera. Nessuno la stava ad ascoltare, ma la signora era in stato di grazia, e niente avrebbe potuto fermare il fiume di parole. Il treno ripartì, il giovane col cappello da baseball sbirciò nuovamente l’orologio e controllò il suo bagaglio, ora appariva un po’ più irrequieto, forse la signora chiacchierona lo metteva a disagio. Alida ogni tanto annuiva distrattamente all’indirizzo della signora, l’uomo in grigio aveva lo sguardo fisso fuori dal finestrino ma sulle labbra aveva un sorriso di lieta attesa, ed era immerso in pensieri che probabilmente non avrebbe mai raccontato a nessuno. La campagna intorno ai binari scorreva veloce, a tratti del colore del grano maturo, a tratti affiorava l’ocra scuro della terra arata. La monotonia della Val Padana era interrotta soltanto qua e là da case coloniche, e da svariate risaie che riflettendo i raggi del sole, illuminavano il paesaggio. Il treno, lungo serpente metallico attraverso i campi, avanzava rapido verso la città, i passeggeri cominciavano a tradire la noia sbadigliando e cercando di cambiare posizione sui sedili. Lentamente la periferia si cominciava ad intravvedere da lontano, le ciminiere sbuffanti degli stabilimenti ingrandivano sempre più, si infittivano case e palazzi, la terra arata lasciava il posto a strade asfaltate, piazze e grigi stabilimenti industriali. Il giovane con il cappello da baseball si alzò, prese il suo bagaglio e si avvicinò all’uscita. L’ansia della signora loquace pareva essersi placata, e il suo silenzio lo confermava. Alida calcolò che mancavano pochi minuti all’arrivo, finalmente, finalmente! L’uomo in grigio spostava lo sguardo sui passeggeri che avevano cominciato ad alzarsi, si sistemò la cravatta e guardò l’orologio. Anche per lui l’attesa stava per finire. Il treno cominciò a rallentare, e l’andatura divenne da monotona e ondeggiante, a sferragliante e incerta.I passeggeri in piedi ondeggiavano ad ogni rallentamento, perdendo a volte l’equilibrio e pestandosi i piedi e i bagagli. Il ragazzo col cappello da baseball non si vedeva più, forse aveva già raggiunto la fine del vagone. Alida raccolse il suo bagaglio e se lo mise a tracolla. La signora anziana restò seduta ancora qualche istante. Il treno entrò in stazione, rallentando ulteriormente la sua corsa. Le porte del treno si aprirono di colpo, il caldo e l’odore della stazione invasero i vagoni. La gente che doveva salire sul treno si accalcava davanti alle porte e impediva ai passeggeri appena arrivati di scendere. Il ragazzo col cappello da baseball non si vedeva più. Alida lo vide per un secondo giù dal treno, mentre correva e non aveva più il borsone a tracolla. Il signore in girgio si era messo in fila dietro di lei e ne poteva sentire il buon profumo, ma anche il suo leggero ansimare. La nonnina loquace era ancora seduta con il suo borsone di carta a fianco. All’improvviso il tempo si fermò. La gente che riempiva l’affollata stazione sembrava una colonia di formiche indaffarata e inconcludente. Alida, la nonnina e il signore in grigio lo sentirono nello stesso momento. Si gettarono sul pavimento del treno, ma ormai era troppo tardi. L’aria diventò irrespirabile, il tuono fu violento e improvviso. Tutta la stazione tremò e del treno non rimase che un ammasso di lamiera sventrato. Sui gradini del sottopassaggio qualcuno inciampò in un cappello dal baseball. |